Novità dal sito archeologico di S. Marco nord-est

Intervento di Lucia Lepore 

 

Salutandovi al termine della mia chiacchierata su “Un decennio di scavi nel complesso edilizio di S. Marco nord-est a Kaulonía ” il 3 ottobre del 2014, a meno di un mese dalla mia messa a riposo, dopo aver diretto 11 annuali campagne di scavo e quasi altrettante campagne di studio nel settore affidato all’Università di Firenze, mi auguravo che il testimone fosse raccolto da una delle mie allieve, Maria Rosaria Luberto, per la competenza e soprattutto per la passione che fino ad allora l’avevano contraddistinta. Analogamente auguravo all’Amministrazione comunale guidata da Cesare De Leo, appena insediatasi, di portare avanti le iniziative e le collaborazioni felicemente avviate e soprattutto di convincere gli abitanti di Monasterace Superiore e gli abitanti di Monasterace Marina di essere tutti discendenti e figli dell’Amazzone Clete.

Non so se quest’ultimo auspicio si sia avverato: temo fortemente di no!

Circa gli altri due mi pare che la presentazione , oggi, del progetto “RESTAURANDO MEMORIE” sia una valida dimostrazione della loro realizzazione.

Sono tempi difficili per l’archeologia, in questi due anni sono cambiati gli scenari, le persone , i rapporti ; si sono aggiunte nuove istituzioni; è andata in scena la riforma Franceschini, che come è nella migliore tradizione italiana ha sconvolto tutto per non cambiare nulla.

 

Ma credo che tutti voi siate curiosi di sentire le novità che riguardano S. Marco nord-est! Visto che l’ultima campagna di scavo risale al 2014 e del decennio di scavi ho parlato nella mia conferenza di addio, le novità di oggi riguardano soprattutto qualche curiosità, l’approfondimento di alcuni problemi già enunciati e illustrati, l’impianto di nuove analisi e ricerche.

Mi piace riprendere le fila dal mito di fondazione secondo il quale Kaulonía sarebbe stata fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita. Rileggiamo insieme il passo di Licofrone, poeta tragico ed erudito dell’età alessandrina (nasce nel 330 a. C.) dove troviamo anche un affresco dell’ambiente naturale in cui si svolgono i fatti, che ben si adatta a Monasterace Marina.

 

e il promontorio montuoso di Lino (Punta Stilo) battuto dal mare;

e la terra condivisa con la Amazzone (Klete)

avendo essi accettato il giogo di una donna schiava

 

La quale (Klete), serva della agile fanciulla dalla bronzea cintura (Pentesilea),

l’onda (del mare) spinse raminga in una terra straniera.

 

L’Etolo (Tersite) dal sembiante di scimmia, foriero di morte e lui stesso destinato alla rovina,

la colpì (Pentesilea) in un occhio mentre ella esalava l’ultimo respiro.

 

(e per questo gesto Tersite) ebbe in sorte di essere tagliato a pezzi dal mortale palo (lancia).

 

Un giorno i Crotoniati devasteranno la città dell’Amazzone

E uccideranno l’impavida fanciulla,

Klete, signora della patria eponima (Klete, futura Caulonia).

Ma prima (di allora) molti consumeranno la terra coi denti,

da lei ridotti in schiavitù,

e non senza affanni i figli di Laureta (i Crotoniati), ne raderanno al suolo le torri.

 

                                                           Lycophron, Alexandra, vv.993-1007

 

Clete, nutrice di Pentesilea, naufragò sulle coste dell’Italia Meridionale durante le peregrinazioni in cerca del corpo della sua signora, perita per mano di Achille durante la guerra di Troia. Nel luogo dell’approdo l’Amazzone fondò una città che prese il nome da lei e fu poi governata dalle sue discendenti, tutte omonime, l’ultima Clete generò Kaulon, la cui città fu distrutta dai Crotoniati.

Quest’ultima notizia l’apprendiamo da Servio (uno scrittore romano del IVsec. d. C.) che nel suo commento all’Eneide ricorda come secondo alcuni autori Kaulonía sarebbe stata fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita.

Il frammento di cratere o deinos attico, rinvenuto a S. Marco nord-est nella campagna di scavo del 2006, dà forza a questo mito di fondazione : vi è raffigurato il braccio sinistro

di una figura maschile, nuda, nell’atto di tenere per la calotta dell’elmo con alto cimiero un’amazzone appiedata; graffito molto preciso, a tratti più libero, attribuito al Pittore di Monasterace e datato attorno al 520 a.C.

Trattasi di Eracle che uccide una delle tante amazzoni che popolano le sue gesta. Nel nostro caso, tuttavia, la scena raffigurata carica di suggestioni nuove il racconto di Licofrone, trasferendo alla sfera del mito la distruzione della città di Clete da parte dei Crotoniati: le Amazzoni, che nell’immaginario collettivo dei Greci sono espressione di ‘alterità’, di diverso, condividono la terra e tengono schiavi i Greci giunti al promontorio di Lino, vengono allora affrontate e battute da Eracle , non a caso da alcuni autori antichi ritenuto il fondatore del Lacinio (il santuario di Capo Colonna a sud di Crotone), nel quale ogni anno le donne crotoniati, in abito da lutto, piangevano la morte di Achille.

Non a caso abbiamo scelto questo frammento, completato nelle parti mancanti da Maria Rosaria Luberto, come copertina del Catalogo della mostra allestita a Firenze dal 12 dicembre 2012 al 9 marzo 2014 e qui nel Museo di Monasterace il 7 dicembre del 2014, significativamente intitolata Kaulonía la città dell’amazzone Clete”

Oggi Kaulonía è conosciuta ormai universalmente come la città dell’amazzone Clete, anche se esiste un comune in provincia di Cosenza, alle pendici del Monte Sant’Angelo, che porta il nome di Cleto e fa risalire il suo nome alla nutrice di Pentesilea e la sua origine alle stesse vicende narrate da Licofrone nel passo or ora letto.

Fino all’unità di Italia il nome di questo paese era Petramala e contava con la frazione di Savuto 1. 515 abitanti. Nel 1863 Petramala cambia la denominazione in Cleto. Nel 1928 la cittadina viene retrocessa a frazione ed aggregata ad Aiello, ma nel 1934 Cleto ottiene di nuovo l’autonomia amministrativa e torna ad essere un Comune.

Nel 1961 Cleto con le frazioni di Savuto e Torbido conta 2.492 abitanti. Quarant’anni dopo, i dati Istat assegnano a Cleto 1.373 abitanti, con 847 abitazioni a fronte di 486 famiglie.

Sempre dai nostri scavi a S. Marco nord-est, il sito più prossimo all’approdo antico identificato alla foce dell’Assi, provengono i frammenti di tazze e bicchieri, dei quali faccio scorrere rapidamente le immagini, importati da Corinto e dall’Eubea (protokotylai e kotylai del Medio e Tardo Geometrico), nonchè vasi prodotti a Pitecusa, la più antica colonia greca in occidente. Tali reperti stanno a significare che genti greche identificabili come prospectors ovvero esploratori hanno cominciato a frequentare le coste di quella che sarà la futura colonia di Kaulonía fin dalla metà dell’VIII sec. a. C., sbarcando nei pressi della foce dell’Assi.

Tali materiali sono tra le importazioni quelli più antichi.

 

Seguono le coppe dette di Thapsos attestate non solo a S. Marco nord-est, ma anche nel santuario di Punta Stilo e in altri siti urbani della colonia: esse costituiscono un indicatore piuttosto rilevante per ritenere ormai stabile la presenza greca nell’ultimo quarto dell’VIII sec. a. C. e dare quindi alla fondazione della colonia un orizzonte cronologico preciso (ultimo venticinquennio dell’VIII sec. a. C.). Tale cronologia si basa sui dati archeologici, essendo lacunose, frammentarie, contraddittorie quelle letterarie

Queste ceramiche, insieme a tutte quelle arcaiche provenienti dai nostri scavi, sono state accuratamente studiate e classificate da Maria Rosaria Luberto, esperta riconosciuta ormai a livello internazionale, sia in saggi già pubblicati, sia nella sua tesi di dottorato (che speriamo sia pubblicata al più presto), dove venivano messe a raffronto con le ceramiche di importazione e di produzione coloniale di Sibari e di Crotone, anch’esse colonie achee dell’arco ionico come Kaulonía.

In questo corposissimo studio, che costituisce un prezioso catalogo di tutta la ceramica arcaica rinvenuta nelle 3 colonie, Maria Rosaria giunge a conclusioni davvero interessanti circa la fondazione di Sibari, Crotone e Kaulonía.

Sulla base dei dati materiali, infatti, sarebbe stata fondata per prima Crotone attorno al 720 a. C. indi Sibari e Kaulonía quasi contemporaneamente nel decennio successivo attorno al 710 a. C.; contrariamente a quanto raccontano le fonti letterarie che vedono Sibari e Crotone fondate attorno al 709-708 e Kaulonía, non si sa quando, dopo Crotone.

Ora lo sappiamo!

Fondata dunque nell’ultimo decennio dell’VIII sec. Kaulonía avvia ben presto quel processo di strutturazione e monumentalizzazione della città che poco dopo la metà del VII sec. a. C. può dirsi ormai quasi concluso: viene disegnato il primo impianto urbano del quale si conosce per ora solo la plateia (ovvero una strada larga) nord-sud messa in luce proprio a S. Marco nord-est, dove si costruiscono anche le prime case: queste, come l’impianto urbano risalgono alla fase che abbiamo chiamato alto-arcaica (compresa tra la seconda metà del VII e la metà del VI sec. a. C). Il setto murario US 1220 è costruito a secco con ciottoli fluviali e pietre di medie dimensioni: nei suoi pressi fu rinvenuto nel 2010 il vasetto di bronzo (aryballos) contenente cospicui resti di ocra bruna; poco più ad est era stato rinvenuto capovolto nella campagna del 2007 il vasetto tronco-conico acromo, con labbro piano modanato e breve peduccio anch’esso modanato.

Aryballoi sferici come il nostro in lamina di bronzo (e anche di ferro) composti da due emisfere connesse insieme nel punto di massima espansione con l’imboccatura e l’ansa lavorate a parte e poi ricongiunte, non mancano in santuari greci come Olimpia, Bassae in Arcadia, Perachora presso Corinto e in tombe coloniali come a Megara Hyblaea. Di essi si continua a discutere sul legante utilizzato per connettere insieme i vari pezzi e soprattutto sull’uso cui potevano essere destinati.

E’ la prima volta che un esemplare del genere viene rinvenuto in un contesto domestico e per di più con resti cospicui della sostanza che conteneva: ocra bruna.

L’ocra bruna o terra d’ombra è un pigmento bruno di origine minerale ottenuto da rocce e argille colorate dalla presenza di perossido di ferro e di biossido di manganese, le cui tonalità variano dal bruno aranciato al bruno verdastro. Conosciuto fino dall’ antichità e impiegato nelle pitture rupestri e nella colorazione dei tessuti, è stato utilizzato massicciamente dal Rinascimento in poi in tutte le tecniche pittoriche. Con l’olio tende a diventare più scuro. In origine doveva avere la consistenza di una polvere finissima.

Per ottenere la polvere finissima ci sono una serie di procedimenti che possono partire dalla frantumazione ad esempio delle rocce , poi si passa al lavaggio, alla depurazione, all’uso di macinelli e mortai.

Come mortaio dovette essere usato il vaso tronco-conico acromo all’interno del quale avevamo riscontrato delle tracce di una sostanza rossastra, che non avevamo saputo spiegare: di questo vaso abbiamo scritto che doveva essere una unità di misura pari a due tazze o kotylai di grano, ora però collegato all’aryballos e al contenuto di quest’ultimo pare più che probabile anche una sua funzione come mortaio per ottenere la polvere finissima dell’ocra bruna.

D’altra parte l’approfondimento dello studio dei pesi da telaio e la rilettura degli strati attinenti alle strutture della fase tardo arcaica, alla quale inizialmente avevamo attribuito anche la cd teca, ha permesso a Maria Rosaria Luberto di precisare meglio la distribuzione spaziale e le attività svolte in quello che abbiamo chiamato gynaeconitis, in greco lo spazio riservato alle donne della casa: ma di questo ve ne parlerà brevemente lei stessa al termine della mia chiacchierata!

Uno spazio riservato, invece, prevalentemente agli uomini (andronitis) è stato individuato nel settore sud-occidentale dell’area di scavo, caratterizzato da un focolare attorno al quale dovevano svolgersi pratiche sociali come il simposio, vista la presenza di un louterion (bacile lustrale di terracotta) e di un cratere a volute attico a figure nere.

Un altro cratere a volute, sempre frammentario, è presente nella collezione Cimino, proveniente sempre da Monasterace e attribuibile probabilmente alla stessa officina di quello di S.Marco nord-est, anche se ad un’altra mano. Qui si vede una biga guidata da un giovane auriga al quale va incontro un uccello, a sinistra il muso dei cavalli di una seconda biga.

Crateri a volute simili sono attestati a Taranto, Locri, Siracusa, Gela, Leontinoi. La forma, le dimensioni, i dettagli e la scelta dei soggetti fanno pensare che questo tipo di produzione attica fosse destinata prevalentemente alle classi abbienti della Magna Grecia e della Sicilia.

Ad una classe sociale agiata dovevano appartenere gli abitanti di S. Marco nord-est.

 

Sullo scorcio del primo quarto del V sec. a. C., lungo il lato occidentale della plateia (S L 1) viene costruita una unità abitativa di un certo rilievo, il cui periodo d’uso abbraccia un arco di tempo piuttosto ampio durante il quale si succedono rifacimenti e restauri. Questa unità è denominata ‘casa del personaggio grottesco’ per il ritrovamento di una matrice rappresentante una figura maschile con strumento musicale, da noi recentemente inserita nel poster con il quale abbiamo partecipato alla Conferenza di Archeomusicologia “Representations of Musicians in the Coroplastic Art of the Ancient World: Iconography, Ritual Contexts and Functions” organizzata dall’Institute of Fine Arts New York University,  New York 7 marzo 2015.

Riportiamo di seguito titolo e contenuto nella traduzione italiana.

“Aspetti grotteschi, caricaturali e osceni nella plastica greca con raffigurazioni di musicisti e danzatori”.

 

Orientarsi, tra gli aspetti caricaturali, grotteschi, osceni – cui vanno ad aggiungersi quelli comici e tragicomici – espressi nella coroplastica greca con soggetto musicale, non è sempre agevole: spesso espressioni caricaturali si caricano di notazioni grottesche e viceversa, come pure all’osceno può aggiungersi il grottesco e al comico l’osceno. Daremo qui solo qualche esemplificazione.

 

Durante gli scavi condotti dall’Università di Firenze a Kaulonía (colonia greca del versante ionico dell’Italia Meridionale) veniva raccolta dieci anni fa una matrice fittile (fig. 1) con la rappresentazione di una figura maschile nuda con grande testa calva, fronte corrugata, occhi globosi, naso largo e schiacciato, ampia bocca aperta su una doppia fila di denti, piccole orecchie a sventola. Corpo giovanile con ventre prominente e genitali esageratamente sviluppati, gambe esili divaricate. Con la mano sinistra tiene una kithara a culla, nella destra stringe il plettro (fig. 2).

Essa è stata rinvenuta nell’oikos della casa di periodo classico alla quale ha dato il nome.

 

Finora non si conoscono esemplari interi tratti da questa matrice, il cui prototipo, creazione originale della nostra colonia, è da inquadrare nella seconda metà inoltrata del V sec. a. C.

Appartiene ad un gruppo, non molto consistente, che trova nel Kabirion di Tebe gli esemplari più rappresentativi (fig. 3).

 

Lievità e leggerezza contraddistinguono il gesto osceno della danzatrice che solleva le vesti mostrando il pube nella statuetta di Gela, identificata con Baubo (fig. 4). Baubò è una figura connessa con il culto di Demetra, secondo l’inno omerico con il suo gesto sfacciato fece sorridere Demetra disperata dopo il rapimento della figlia da parte di Ade, il dio dell’Oltretomba)(

Inquadrabile alla metà del V sec. a. C. precede di oltre un secolo la figura grottesca del santuario di Demetra e Kore a Priene (Fig. 5) o la giovane donna in groppa ad un maiale che con una mano si tocca il sesso, con l’altra regge il sistro italico (fig. 6).

 

 

La plateia (S L 1) lungo la quale si dispone la ‘casa del personaggio grottesco’, già impiantata tra la fine del VII-prima metà del VI sec., si presenta in questa fase ben connessa e sistemata, con tracce significative dell’usura provocata dal transito dei carri.

Conformata a schiena d’asino, con ampie cunette laterali per il deflusso veloce delle acque, essa è costituita da una serie di solidi battuti di terra sabbiosa mista a ghiaia più o meno grossolana: ha una larghezza massima di 6,80 m comprese le cunette; è stata messa in luce per oltre 10 m di lunghezza.

Di essa abbiamo discusso a lungo con Oliver Pilz dell’Università di Mainz, che è venuto a trovarmi a Firenze, dopo le prospezioni geomagnetiche, georadar e geoelettriche da lui condotte nell’agosto dello scorso anno.

Le indagini geofisiche non hanno evidenziato anomalie riferibili con sicurezza a questa plateia, che comunque Maria Rosaria Luberto si propone quest’anno di posizionare in un rilievo georeferenziato e partire da qui per lo studio del primo impianto urbano della colonia. Con Oliver Pilz invece porteremo avanti lo studio e la ricostruzione degli isolati di periodo arcaico e classico: in questo modo speriamo di ricavare più dati sull’impianto urbano più antico.

Le ricerche dell’Università di Mainz si sono rivelate preziose per caratterizzare con più larghezza l’impianto urbano ellenistico già indagato da Maria Teresa Iannelli e l’andamento delle mura sempre in questo periodo a nord-est di S.Marco: ma di questo credo abbia già parlato o ne parlerà al più presto Oliver Pilz.

 

Quello che mi preme sottolineare alla fine di questa breve chiacchierata è che tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a. C. si registrano a Kaulonía mutamenti di grande rilievo, che costituiscono argomento di una nostra nuova ricerca: si disegna un nuovo impianto urbano, si ampliano e si ricostruiscono le mura di cinta, si dà impulso all’edilizia privata, ristrutturando o rifacendo del tutto abitazioni preesistenti, costruendo ex novo vaste dimore comprendenti anche officine di lavoro oppure complessi residenziali di lusso con ricche decorazioni musive (la casa del drago, le terme di Casamatta).

Viene ridisegnata la sistemazione dell’area del santuario e soprattutto la città riprende a battere moneta propria (vedi ad esempio la moneta di bronzo raccolta a S. Marco nord-est nei livelli di abbandono della ‘casa del personaggio grottesco’ con al dritto una testa di divinità fluviale coronata di canne , sul rovescio cervo stante a destra e legenda K A sopra e A Λ a destra del muso del cervo.

Il settore di S. Marco nord-est, in questo periodo, perde la sua fisionomia di zona residenziale di lusso per assumere quella di area adibita ad attività di contrattazione commerciale e/o di prima accoglienza, in stretta connessione con il porto-canale, che -lo ricordiamo- è stato identificato presso la foce antica della fiumara Assi, all’epoca situata almeno 600 m più a sud del corso attuale.

Viene così realizzato un grande edificio ad L (del quale sono noti per ora solo il muro perimetrale nord messo in luce per 14,80 m, e il muro perimetrale ovest, messo in luce per 17,75 m), costituito da 4 vani coperti distribuiti perlopiù sul lato occidentale, 2 recinti scoperti posti sul lato settentrionale.

Tutti questi vani, chiusi su tre lati soltanto, si dovevano aprire su una piazzola, con un piano battuto di terra sabbiosa e ghiaia grossolana allettato su un vespaio di laterizi (se ne conserva solo qualche lacerto). La vita di questo complesso si spinge sicuramente fino alla fine del II sec. a. C. (forse anche oltre). Il vano 3 dovette essere per un certo periodo adibito al ricovero temporaneo di animali: un cavallo quasi intero, un maiale e un bovide molto frammentari rinvenuti insieme nel 2008.

In questo periodo viene registrata una presenza brettia (monete e iscrizioni) che comunque non doveva essere culturalmente prevalente se Polìbio di Megalopoli. – storico greco del II sec- a. C. continua a ritenere Kaulonía città greca a tutti gli effetti.

Il I sec. a.C. e il I-II sec. d. C. costituiscono i secoli bui dell’abitato di S. Marco nord-est e in generale di Kaulonía (che Strabone dice abbandonata alla sua epoca). Solo nel III sec. d. C. fino al VI il nostro settore sembra tornare a vivere in modo significativo, a giudicare dalla ingente quantità di anfore da trasporto e di ceramiche da mensa in terra sigillata di produzione africana, oltre alle ceramiche da cucina raccolte nei livelli superiori.

Lasciatemi concludere con una battuta!

Se Maria Rosaria può privilegiare lo studio delle fasi più antiche, quelle della nascita e dell’affermarsi della colonia, è giusto che tocchi alla sottoscritta indagare da ora in poi le fasi finali, quelle del declino e dell’abbandono, quelle che ben si addicono alla condizione di una pensionata.

Sono felice di essere di nuovo tra voi e spero di poter contribuire ancora alla conoscenza e alla storia di questa città, non solo di quella antica, ma anche di quella moderna e contemporanea.

Lucia Lepore